Ecco un altro post inviato da me ad una Mailing List privata.
Come ho specificato nella mia precedente e-mail [Chirone e Mustard], molta della drammaticità degli eventi portati ad esempio dipende dal criterio di selezione degli aspetti, tutti e tre decisamente critici (congiunzione, opposizione, quadratura). Usare solo questi aspetti e solo al Sole e alla Luna e solo con un’orbita di 1-1 gradi è l’unico criterio che io conosca per individuare con la massima chiarezza possibile se l’astro in questione “dice qualcosa” e “che cosa dice”. In caso contrario, l’astrologo non si libera da un vortice di associazioni mentali che - novantanove su cento - sono dialetticamente affascinanti, ma non servono a nulla nell’interpretazione pratica. Non si conta il numero degli astrologi che rifiuta Chirone perché non trova sufficiente riscontro pratico… ma “sufficiente riscontro pratico” a che cosa? Ovviamente, al contatto tra la storia mitica e le vicende del consultante. Ma nel tema noi abbiamo astri, ***non*** miti!
Comunque, ferma restando la validità delle precedenti regole - che portano, ad esempio, a conoscere bene l’effetto di un transnettuniano quale potrebbe essere 1999TD10, che non ha altri nomi al di fuori di questo, e probabilmente non li avrà mai - quando abbiamo già una certa pratica del peso “critico” di un astro, possiamo anche sbrigliare la nostra fantasia, e partire per un’infinita serie di ricerche basate su criteri meno rigidi, e tali da ricondurre l’astro dal laboratorio asettico di ricerca alla pratica del consueto counseling astrologico.
È quello che intendo proporvi ora: mi sento di farlo dal momento che ho già acquisito una certa scioltezza nell’interpretazione di Chirone, e credo di aver identificato quasi tutto di quel che è e quel che non è. Scioltezza che ***non deriva affatto*** dall’aver letto tutto il leggibile su Chirone, ma dall’aver cercato Chirone in non so più quanti temi tra quelli splendidamente gestiti dal mio SolarFire, che sono, al momento, esattamente 177.085).
Bene: allora, cerchiamo Chirone in tutti gli altri aspetti maggiori (trigono, sestile, quinconce), e per buona prudenza manteniamo il criterio dell’orbita esatta, il che ci consente - a rigor di logica - di vederne non semplici effetti, ma “effettoni” nella loro massima espressione possibile. Comincio col dire che una preliminare selezione tra i suddetti 177.085 temi - basata sul criterio “i cinque aspetti maggiori con orbita 1-1 gradi agli astri tradizionali + Nodo” e (deo gratias) effettuata da SF in pochi secondi - mi offre 884 temi.
Le domande che mi pongo sono:
a - L’attribuzione mitologica Chirone-guaritore trova un significativo riscontro nell’astrologia pratica?
b - che cosa ha a che fare Chirone con la categoria dei medici e/o guaritori di qualsiasi genere? Come si esprime nel loro tema?
Vediamo un po’.
1 - Francesco Alberoni - 31 dic 1929, ore 08 -1 Borgonovo V.T. (PC) Qui Chirone, in congiunzione esatta al Nodo e al FC è in trigono esatto al Sole all’Asc e in congiunzione alla Luna. Alberoni non è sempre stato il sociologo-divulgatore che i più conoscono. Si laurea in medicina a Pavia con una tesi sulla psicologia della testimonianza. Studia psicoanalisi e poi statistica con Giulio Maccacaro. Passa a Milano dove, come assistente di Padre Agostino Gemelli, compie importanti ricerche nel campo della probabilità soggettiva. Inizia la sua carriera di docente come libero docente in Psicologia e in Sociologia, nel 1963, e solo nel 1964 si dedica completamente alla Sociologia. Nella RS di quell’anno, Chirone è all’esattissimo mezzopunto del trigono suddetto, il che significa che sta transitando in 2^, in sestile a Sole-Luna-Ascendente e partimenti in sestile a Chirone radix-Nodo. Per esattezza diciamo che nel suo tema si è formato un aquilone, dato che RSUrano è esattamente opposto a RSChirone, e di conseguenza in trigono ai luminari ed a Chirone-Nodo radix. Come “mette bocca” Chirone in questo caso? Il Chirone radix tende a farlo sentire stretto da qualsiasi parte, sia come psicologo che come sociologo e perfino, come ebbe a dire in un’intervista, come divulgatore scientifico. Rende il suo “senso delle radici” del FC instabile e “vagabondo” e lo porta ad “infiltrarsi” in campi diversi, dei quali a poco a poco si impadronisce. L’effetto si nota a maggior ragione nell’anno in cui, da medico-psicologo, passa a sociologo. Aggiungerei una spiegazione nettamente Chironiana a questa scelta: la psicologia, la psicoanalisi, con il loro contatto “duale” paziente-medico non lo soddisfano affatto. Chirone tende a fargli sentire che, prima di esaminare i problemi del singolo, è conveniente esaminare i problemi della collettività (fin dall’inizio si era dedicato alla psicologia statistica). Il che corrisponde a quella specie di “intimità distaccata”, di “approfondimento superficiale” che caratterizza i rapporti chironiani.
2 - Karl von Basedow - 28 mar 1799, ore 14 LMT, Dessau, Germany Ancora un Chirone al FC, questa volta in quinconce esatto al Sole in 9^. Si tratta del medico che fornì la prima dettagliata descrizione della malattia comunemente chiamata morbo di Basedow o di Flaiani-Basedow, cui il medico italiano Flaiani aveva già descritto in una sua memoria clinica. La malattia va anche sotto il nome di morbo di Graves ed è un ipertiroidismo autoimmune (pare a causa LATS o long-acting thyroid stimulation). Tuttavia Basedow era noto ai suoi contemporanei come un “esperto di tutto un po’”, un ricercatore che non si concentrava in un’unica direzione. Non sono sufficientemente esperta di astrologia medica per avanzaree di molto nelle analogie: ma qui potrebbe bastare il fatto che - se esistesse la Giustizia ;o) - il morbo di Basedow dovrebbe chiamarsi morbo di Flaiani. Sottolineo anche che i Centauri in generale sono connessi a tutto quel che ha a che fare con le anomalie al sistema immunitario.
3 - Ecco un tema interessante: Louis Pasteur, 27 dic 1822, ore 02 LMT, Dole, France. Un chiarissimo Chirone in 6^ cuspide quadra esattamente la congiunzione esatta Sole-Nettuno-Venere. Pasteur è universalmente noto, ma pochi sanno che non era e non fu mai un medico, ma un chimico infiltrato nella ricerca medica, e proprio per questo tormentato, angariato ed emarginato per tutta la vita. Vale comunque la pena di ricordare che è considerato il padre della sieroterapia medica.
4 - Maria Montessori 31 agosto 1870, ore 08.30 LMT, Chiaravalle (Ancona) Ecco un quinconce esatto di Chirone in 9^ al Sole in 2^. La conosciamo tutti per il suo metodo pedagogico che - al tempo - venne bollato come “anarchia educativa” e che in realtà comporta che l’educatore lasci al bambino una libertà espressiva praticamente assoluta, limitandosi ad intervenire solo su richiesta di aiuto o in caso di autentica emergenza. La conosciamo anche per la sua grande sensibilità nei confronti dei bambini poveri, diseredati, handicappati. Quel che conosciamo meno è che nel 1899 fonda una scuola che si pone come scopo il totale e completo reinserimento dei bambini handicappati (gli indesiderati) nella società. Nella sua rivoluzione solare di quell’anno, RSChirone, dalla 4^casa, quadra esattamente il Sole radix ed è in esatto trigono a se stesso.
E con questo tema concludiamo non solo l’elenco delle segnature chironiane in temi di medici, ma il completo elenco di tutti i temi che abbiano anche lontanamente a che fare con la medicina classica o alternativa o con qualsivoglia pratica paramedica della mia selezione di 884 temi chironicamente significativi. Detto più tecnicamente: su 884 temi assortiti che mostrano almeno uno dei 5 aspetti maggiori ad uno qualsiasi dei pianeti tradizionali+Nodo, vi sono solo 4 temi di medici-guaritori.
Non so che cosa ne pensate voi, ma per quanto mi riguarda la conclusione è che se su 884 temi di varia umanità solo e solamente ***quattro*** si possono riferire al contatto Chirone-medicina, beh, vuol dire che il planetoide Chirone, dal punto di vista astrologico, non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il medico-guaritore della mitologia associata al suo nome.
> Per quel che mi riguarda, posso dirti che tutte le persone che conosco strettamente e che hanno a che fare con la cura e la guarigione altrui hanno un forte Chirone nel loro oroscopo.
Un mio amico psicoterapeuta ha Chirone esattamente congiunto al Nodo Nord; conosco una pranoterapeuta con Chirone al MC; la mia ex-fidanzata che studia medicina ha Chirone al Discendente; un’altra mia amica cha fa volontariato con malati terminali ce l’ha esattamente all’Ascendente.
Sì, stai sottolineando delle ricorrenze decisamente interessanti. E, prestando la dovuta fede alle tue parole, anche significative dal punto di vista tecnico: immagino che quando scrivi “esatto” tu alluda all’aspetto di orbita numericamente precisa, con soli +1 -1 gradi di tolleranza.
Mi permetto però - pur senza avere i temi dei tuoi conoscenti sotto gli occhi - di suggerirti una interpretazione alternativa: in quei temi, Chirone potrebbe (molto più plausibilmente, a mio avviso) indicare ***non*** che quei tuoi conoscenti sono legati alla medicina/guarigione, ma ***perché*** sono legati a quel che sono legati, cioè ad una scelta professionale (o comunque ad una traduzione pratica) che consente loro di “sfogare al meglio” un qualche loro dolore esistenziale.
Sarebbe sbagliato, a tuo parere, “isolare” nel carattere di tutti loro il “virus” che li porta a provare (ad un livello neanche troppo inconscio) un tale orrore ed una ribellione così prometeica contro il male di vivere, contro la sorte umana fatta di malattia, mutilazione e morte, da consacrare la maggior parte della loro vita e delle loro energie in questo combattimento, secondo le modalità della professione medica?
E non solo questo, ma dimmi, sarebbe azzardato sostenere che i tuoi conoscenti che hanno un MC, un Asc e soprattutto un Nodo chironiano sono, fra tutti, coloro che sentono maggiormente il loro impegno come una “missione”? Che più degli altri, e con maggiore sincerità, ripetono: “Sembrerebbe che fossi io ad aiutare quei poveretti, ma la realtà è che sono loro a darmi la forza ed il coraggio di andare avanti!”
E non pensi che questa loro concezione derivi direttamente dal dolore della più profonda delle loro piaghe? Quella che li tormenta a tal punto da costringerli a far qualcosa, qualsiasi cosa, pur di evitare di soccomberle?
Se mi rispondi di sì, allora siamo perfettamente d’accordo, e su tutta la linea.
Vedi? In fin dei conti, ci vuole poco per andare d’accordo con me: basta darmi sempre ragione ;o)
Ora: se leggi in particolare quel che scrivo nel post Chirone-Gay, non è necessario che ti spieghi perché ti chiedo di staccarti un attimo dalla simbologia Chirone-medico; giusto quel tanto che basta per tirar fuori dal tuo archivio-dati altri due o tre temi chironicamente significativi, secondo gli stessi criteri di selezione che hai precedentemente usato.
Ed ora analizzali, e alla parola “medico”/”medicina” sostituisci la parola che denota la loro professione, o il loro hobby fondamentale, o affini. E usa Chirone non come “guaritore iscritto all’albo” ma come quel che ti indica ***perché*** uno fa il libraio per vocazione, l’altra non ha avuto figli per dedicarsi agli animali, l’altro ancora lascia cento euro in mano a qualsiasi pezzente gli chieda l’elemosina. Mi piacerebbe ***moltissimo*** che tu mi comunicassi i risultati della tua osservazione!
> Se poi vogliamo dire che sia SOLO un guaritore, allora certamente non lo è.
Questo è poco ma sicuro.
> Senza identificarlo necessariamente con lo scroccone dello Zodiaco
Tutta l’Acqua che tu ed io abbiamo in comune, evidentemente, ci porta a provare il medesimo fastidio per Chirone “l’intrusore”. Per quanto mi riguarda, amo così tanto “Il Minotauro” di Durrenmatt che se leggi la presentazione qui riportata nel mio profilo, vedrai quanto di questo libro vibra in quelle parole, ed in particolare nel pensiero conclusivo.
Per quanto riguarda te. vediamo, perché ti ribelli all’ingiustizia di chiamare Chirone “intrusore”? Non sarà che sul tuo Chirone radix in 11^ sta agendo il trigono di Plutone in transito nella tua 7^, la casa “della legalità sociale” e del rapporto diretto Io-Altro? Magari innescato dal caldo e protettivo trigono della Venere attualmente leonina, transitante avanti ed indietro nei gradi “sensibili” di trigono al Chirone medesimo, e che ora, proprio ora, sta accarezzando il tuo Fondo del Cielo?
…povero Chirone! Possibile che abbia finalmente trovato un alloggio, offerto con generosità dalla tua Casa della casa? Certo è che ti stai dando da fare per trovargli un posto fisso, e - tra i tanti - l’Acquario che suggerisci mi piace, e forse anche a Chirone, se non altro perché in cielo orbita tra Saturno ed Urano.
Guarda il caso, ora Chirone è proprio in Acquario, ed al sestile dell’intraprendente, faccendiere e ficcanaso Giove sagittariano.
> sicuramente Chirone può indicare un notevole eclettismo, un saltare da un argomento all’altro in maniera dilettantesca, e una certa presunzione da GURU di periferia.. Non saprei, ma potrebbe anche essere.
Potremmo lavorare un po’ su queste tue immagini, temi alla mano. Suppongo che si potrebbero notare meglio in una prospettiva dinamica del tema (a tuo piacere, transiti, rivoluzioni solari annuali e semestrali, rivoluzione lunare, arco solare. Delle altre tecniche, poco mi intendo).
> Ci sono poi temi in cui è evidente la ferita ma di guarigione neanche l’ombra.. Come il tema del mio migliore amico in cui Chirone esattamente al FC gli ha fatto avere un rapporto terribile con il padre, con botte da orbi, fughe da casa e morte prematura del padre stesso.
Sì, anche questo è verosimile, anche se quel che scrivo a proposito della ferita potrebbe fare al nostro caso ora, rovesciandone il significato da “ferita” a “guarigione”.
Oh, a proposito. Naturalmente non ignori che la congiunzione ad uno degli angoli del cielo è un criterio primario di selezione dell’importanza di un astro.
Dunque, questo tuo amico ha un Chirone importante. Bene: perché non provi ad approfondirne lo studio - a puro titolo sperimentale - cercando di isolare i motivi per cui - suppongo - questo suo Chirone non si è manifestato come medico o guaritore? Si impara molto, moltissimo, anche da questo genere di verifiche. E, ancora una volta, sarei veramente felice se tu me ne facessi parte.
> Non ho ancora capito invece SE e IN CHE MODO Chirone possa rappresentare il Feritore. Nel mito il feritore è sempre esterno al Centuaro, ma da un punto di vista psicologico credo che esso faccia parte a pieno titolo della simbologia di Chirone e rappresenti il lato plutonico, infernale che il Centuauro si tira dietro dalla Nube di Kuipfer da cui fu presumibilmente catturato.
Eccellente! Veramente eccellente! Non sai quanta gioia traboccante provo, leggendo queste tue ultime parole, che davvero non mi aspettavo!
Il motivo è questo: tu hai - consapevolmente o inconsapevolmente - fatto uso di uno dei più importanti strumenti teorici a disposizione dell’astrologo-ricercatore, vale a dire ***la metafora orbitale***. Si tratta della semplice constatazione che il significato astrologico di un astro non deriva da storie, novelle e mistiche corrispondenze al suo nome, MA dal modo in cui è la sua orbita, da come la percorre, da quanto è schiacciata come ellisse, da quanto tempo ci mette, dalla parte del sistema solare in cui è e si muove, eccetera.
Quando si usa il libro di mitologia solo per puntellare la zampa traballante del tavolino su cui calcoliamo gli oroscopi, e passiamo ad approfondire la metafora orbitale, allora sì che l’astrologia ci fiorisce in mano!
Quanto a Chirone feritore: vediamo se riesco a spiegartelo coerentemente a quanto ho appena scritto ;o) cioè citando un pezzo de “Il minotauro” di Durrenmatt. È il pezzo in cui il Minotauro, vagando nella sua solitudine diseredata, trova la fanciulla.
Per favore: prova ad immaginare che qui si parli dei Centauri astrologici in generale e di Chirone in particolare. Ogni singola parola, ogni sia pur minimo gesto, si addicono alla perfezione all’uno e agli altri.
Si mosse verso la parete di vetro più vicina, un’immagine gli si mosse a sua volta incontro mentre altre immagini contemporaneamente si allontanavano. Toccò la sua immagine con la destra, toccò la sinistra della sua immagine che risultò liscia e fredda al tatto, davanti a lui le altre immagini si toccarono in immagini d’immagini. Si spostò lungo la parete toccando lo specchio liscio, coprendo con la mano destra la sinistra della sua immagine, con lui si spostò l’immagine, e come tornò poi indietro lungo l’altro lato della parete di vetro, tornò indietro anche la sua immagine.
Divenne più spavaldo, fece salti, fece capriole, e con lui fece salti e capriole un’infinità d’immagini. Da quel correre e dalle capriole, dai balzi e dal muoversi sulle mani tale divenne la sua baldanza, visto che le immagini facevano contemporaneamente lo stesso che faceva lui, tanto che gli parve d’essere come un capo, anzi di più, come un dio - se avesse saputo cos’è un dio - da quella gioia infantile scaturì un po’ per volta una ritmica danza dell’essere con le sue immagini che erano in parte specularmente inverse e in parte, quali immagini d’immagini, identiche all’essere, e poi ancora, quali immagini di immagini di immagini, specularmente inverse, sino a perdersi nell’infinito. L’essere danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini. D’un tratto però interruppe la danza, s’irrigidì, si accovacciò, fissò con occhi attenti, e con lui s’accovacciarono e scrutarono le sue immagini: danzando, l’essere aveva scorto, fra le immagini danzanti, degli esseri che non danzavano e che non erano immagini che gli ubbidivano.
La fanciulla, riflessa anche lei come l’essere accovacciato, stava immobile, nuda, con lunghi capelli neri, fra quegli esseri accovacciati che erano dappertutto, davanti a lei, accanto a lei, dietro di lei, come dappertutto era anche lei, davanti a lui, accanto a lui, dietro di lui.
La fanciulla non osava muoversi, lo sguardo spaurito fisso sull’essere accovacciato davanti a lei e che le era più vicino. Sapeva che esisteva un solo essere accovacciato, che gli altri esseri accovacciati erano immagini, ma non sapeva quale fosse l’essere e non una sua immagine. Forse quello accovacciato davanti a lei era l’essere, forse la sua immagine riflessa, forse un’immagine della sua immagine, la fanciulla non lo sapeva. Sapeva solo che la sua fuga da lui l’aveva condotta a lui, e accanto all’essere accovacciato vedeva specchiata se stessa, e più oltre scorgeva se stessa di spalle e accanto a sé un essere accovacciato di spalle, e così via, per spazi infiniti. Le mani incrociate sul seno, guardava affascinata l’essere sempre ancora accovacciato davanti a lei. Credeva di poterlo toccare. Credeva di avvertirne il respiro. Credeva di udirlo ansimare. La testa poderosa coperta d’un rado vello marrone chiaro era quella d’un uro, alta la fronte, ampia e invasa di lanuggine arruffata, corte le corna, e ricurve così che le punte corrispondevano alle radici, gli occhi rossastri apparivano alquanto piccoli in rapporto al cranio, e sporgente l’orbita in cui si trovavano, e imperscrutabili gli occhi. Il dorso massiccio del naso appena arcuato culminava nelle frogie sbieche; dalla bocca pendeva una lunga lingua violacea e da sotto il mento un ciuffo arruffato incrostato di bava. Tutto questo sarebbe stato sopportabile, insopportabile era il farsi uomo di quel toro. Oltre il cranio d’uro s’inarcava una montagna di pelo cespuglioso e poi ancora raso, dalle cui ispide ciocche spuntavano due braccia umane poggiate sul pavimento vetroso. Pareva che la testa orribile e la gobba che la sovrastava fossero l’escrescenza del corpo d’un uomo che stava rannicchiato davanti alla fanciulla, e poi anche accanto e dietro di lei, pronto a balzare.
Il minotauro si alzò. Era imponente. Capiva improvvisamente che c’era qualcosa d’altro oltre ai minotauri. Il suo mondo s’era raddoppiato. Vedeva gli occhi che si rispecchiavano ovunque, la bocca, i lunghi capelli neri che scendevano sulle spalle, vedeva la pelle bianca, il collo, il seno, il ventre, l’inguine, le cosce, il connettersi e comporsi di tutte quelle parti. Si mosse verso di lei. Quella si allontanò da lui, mentre altrove gli si muoveva incontro. L’inseguì attraverso il labirinto, lei fuggiva. Fu come se una bufera avesse scompigliato minotauri e fanciulle, a tal punto turbinavano discostandosi, confondendosi, accostandosi l’un l’altro, e quando la fanciulla gli corse fra le braccia, quando toccò d’un tratto il corpo, la carne calda, bagnata di sudore, e non il duro vetro che aveva fin lì toccato, comprese - nei limiti in cui si può parlare di comprendere da parte del minotauro - che fino a quel momento era vissuto in un mondo in cui c’erano solo minotauri, ciascuno rinchiuso in una prigione di vetro, mentre ora toccava un altro corpo, toccava altra carne.
La fanciulla si divincolò: la lasciò fare. Arretrò, i grandi occhi fissi su di lui, e quando lui cominciò a danzare, cominciò a danzare la fanciulla e le immagini d’entrambi danzarono anche loro. Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla trovata, lei danzò la paura di essere stata trovata, lui danzò la sua liberazione, lei danzò il suo destino, lui danzò la sua smania, e lei danzò la sua curiosità, lui danzò il suo addossarsi, lei danzò la sua ripulsa, lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo avvinghiare. Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte. In lui non c’era altro che incontenibile felicità fusa con incontenibile piacere. Proruppe in un muggito quando prese la fanciulla, e negli specchi minotauri presero fanciulle, e il muggito fu un grido immenso, un portentoso grido universale, come se altro non esistesse che quel grido che si confuse col grido della fanciulla, e poi lui giacque, e negli specchi giacevano minotauri, e giacque il bianco corpo nudo della fanciulla dai grandi occhi neri, rispecchiandosi nelle pareti.
Sollevò il braccio sinistro della fanciulla, e quello ricadde, il destro, e ricadde, ovunque ricadevano braccia. La leccò con la sua enorme lingua violacea, leccò la faccia, il seno, la fanciulla rimase immobile, tutte le fanciulle rimasero immobili. La rivoltò con le corna, la fanciulla non si mosse, nessuna fanciulla si mosse. Si raddrizzò, si guardò attorno, ovunque c’erano minotauri eretti che si guardavano attorno, e ovunque ai loro piedi giacevano bianchi corpi di fanciulle. Si chinò, sollevò la fanciulla, mugghiò, lamentò, sollevò la fanciulla verso il cielo buio, e ovunque minotauri si chinarono, sollevarono fanciulle, mugghiarono, lamentarono, sollevarono fanciulle verso il cielo buio, e poi depose la fanciulla fra le pareti di vetro, le si distese accanto e si addormentò, e tutti i minotauri con lui, stesi sul pavimento pieno di bianchi corpi nudi di fanciulle. Dormì e sognò la fanciulla dai capelli neri e dai grandi occhi, l’inseguì, giocò con lei, l’attirò a sé, l’amò, e quando aprì gli occhi c’era qualcosa sul suo petto, artigliato nel suo ciuffo incrostato.
Gli sfiorava il naso con le ali e tuffava da qualche parte accanto a lui il nudo collo bianco giallastro con la piccola testa, gli occhi rossi e il poderoso becco stranamente ricurvo. Sulle pareti s’era posato un fitto groviglio di penne, colli, occhi, becchi, e tracciava cerchi su di lui, oscurando il chiarore dell’alba, piombava giù, si tuffava, strappava, beccava, scarnificava, scavava, divorava, strideva, volava via, tornava in volo, piombava di nuovo giù, si rispecchiava nel cadere e nel risalire, senza che lui capisse perché piombava giù, si tuffava, strappava, risaliva, girava, tanto era avvolto dallo sfarfallare e dallo sbattere delle ali, e quando, a giri sempre più alti, si dissolse nel nulla luminosissimo del cielo ora sfavillante, il sole irruppe attraverso le pareti di vetro e gli marchiò nel cervello la sua immagine, disco possente e rotante che infiggeva raffiche di fuoco nel cielo in segno d’ira per il misfatto di sua figlia Pasifae che aveva partorito un essere - ingiuria agli dei e maledizione all’uomo - condannato a non essere dio, né uomo, né animale, bensì solo minotauro, colpevole e incolpevole insieme. Vide l’immensa ruota salire rivoltando, tenne chiusi gli occhi e la vedeva ugualmente, ruota della maledizione che gravava su di lui, ruota del suo destino, ruota della sua nascita e ruota della sua morte, ruota che gli bruciava il cervello senza che sapesse cosa fossero maledizione, destino, nascita e morte, ruota che si rivoltava su di lui, ruota cui era arrotato, e mentre giaceva lì, arso dal sole e dalla sua luce riflessa all’infinito, notò confusamente un piede che assomigliava al piede suo. Pensò che fosse la fanciulla, che avesse ripreso a muoversi e volesse giocare con lui. Sollevò il capo e vide ora due piedi che arretravano. Si alzò. Davanti a lui stava un essere che assomigliava alla fanciulla e che pure non era la fanciulla, che reggeva uno stracciato mantello nella sinistra e nella destra una spada, e il minotauro non sapeva cosa fossero mantello o spada, sapeva solo - dal momento che all’abbagliante luce del sole le pareti non riflettevano più immagini - che i minotauri e le fanciulle lo avevano abbandonato, e che anche la fanciulla che aveva preso doveva essersi di nuovo mossa e dileguata, poiché non era più lì. Era espulso dal suo mondo di minotauri, solo con quell’essere che, scrutandolo, arretrava, si fermava, gli si faceva incontro e arretrava di nuovo. Il minotauro gli si avvicinò pieno di buona volontà, anche se non disponeva di un concetto per questo sentimento, che era diverso da quello che aveva provato per la fanciulla, meno impetuoso, meno smanioso.
Era contento di poter giocare e di rincorrersi con lui per le gallerie, forse quell’essere lo avrebbe condotto dagli altri minotauri e dalle fanciulle e dagli esseri fatti come quell’essere nuovo. Doveva solo comportarsi con lui con maggiore prudenza, più delicatamente, altrimenti sarebbe diventato immobile. Il minotauro sbuffò contento e, quando l’essere agitò ancora il mantello, cominciò a danzare. Davanti alle pareti rese radiose dalla luce del sole, i due si mossero come ombre, il minotauro danzando e balzando, battendo le mani e poi ancora rapido pestando, l’essere agitando il suo panno, avanzando o arretrando, ripetutamente attaccando con la spada che, celata sotto il mantello, aveva preso con sé nel labirinto per uccidere il minotauro, e ora nel trovarselo di fronte e nello scorgerne l’innocente candore, si vergognò.
Il minotauro gli girava attorno danzando, battendo le mani e pestando i piedi. Danzava la gioia di non essere più solo, danzava la speranza d’incontrare gli altri minotauri, le fanciulle e gli esseri uguali a quello con cui ora danzava. Dimenticò il sole danzando, danzando dimenticò la maledizione. Esprimeva solo gaiezza, gentilezza, leggerezza, tenerezza ancora. Danzava, e l’essere spiava e balzava attorno al minotauro, e quando il sole calò, assieme alle sue innumerevoli immagini divennero visibili anche le immagini dei due. Il minotauro danzò felice di aver trovato i minotauri e quegli esseri nuovi, presto avrebbe trovato la fanciulla che aveva preso e che era diventata immobile e si era poi dileguata, e le altre fanciulle che erano state prese dai minotauri ed erano poi a loro volta diventate immobili e si erano dileguate.
Danzarono entrambi, accostandosi l’un l’altro, danzarono scostandosi l’un l’altro, le immagini s’incontravano, si sovrapponevano, s’intersecavano. Ovunque c’era un minotauro che danzava, girava su se stesso, e ovunque un giovane che balzava avanti e balzava di nuovo indietro, molleggiandosi, e poi anche a capriole, aspettando di colpire, e quando il sole calò dietro il labirinto, e le pareti si accesero d’un rosso profondo affondò il colpo, balzò all’indietro, s’appoggiò a una parete, fissò il minotauro. Questi fece alcuni altri passi di danza, la spada nel petto, si fermò, estrasse la spada con la mano destra, l’osservò stupito, si portò la mano sinistra sul petto che gorgogliava nero, gettò lontana da sé la spada che slittò sul pavimento, premette anche la mano destra sul petto, vacillò, parve volersi muovere barcollando, tornò a stare immobile. Era confuso. Non capiva cosa gli colorava le mani e nemmeno il dolore che gli infuriava il petto. Intuì solo che quell’essere che gli era balzato addosso e che gli aveva infisso qualcosa in corpo non lo amava come lo avevano amato tutti prima, i minotauri, la fanciulla, le fanciulle, e nell’intuirlo si fece sospettoso, tanto più che non era capace di pensare, tutto scorreva per figure e non per concetti davanti al suo spirito, era come un percepire in forma di scrittura figurata: forse la fanciulla non lo aveva affatto amato, e neanche le altre fanciulle avevano amato i minotauri, e per questo s’erano immobilizzate e si erano dileguate. Forse appartenevano a quell’essere nuovo che era simile d’aspetto alla fanciulla eppure diverso, con un corpo robusto quasi quanto il suo, e che gli era balzato addosso come quegli altri nuovi esseri erano balzati addosso ai minotauri che ora, come lui, si premevano le mani sul petto da cui gorgogliava nero; e come apparvero le altre sei fanciulle e gli altri sei giovani, reggendosi l’un l’altro per mano, tanto che negli specchi la fila di coloro che si muovevano attorno pareva non interrompersi, anzi raddoppiarsi, quadruplicarsi, moltiplicarsi alla luce dell’imponente sera, e come trovarono il compagno che, appoggiato a una parete, sperava che il minotauro stramazzasse finalmente, l’uomo-toro ebbe l’impressione che l’intera umanità - se avesse potuto disporre del concetto - si avventasse su di lui per annientarlo.
Si rannicchiò. Si sentì minacciato, e per non aver paura oppose l’orgoglio alla paura, l’orgoglio d’essere minotauro, e chi minotauro non era, era suo nemico. Solo i minotauri avevano il diritto di essere nel labirinto, in un mondo al di fuori del quale non esisteva altro mondo per lui, poiché solo una sensazione vaga del calore animale delle stalle in cui era cresciuto fluttuava ancora nella sua memoria. Fu sopraffatto dall’odio che l’animale nutre per l’uomo, da cui l’animale è domato, maltrattato, cacciato, macellato, divorato, l’odio primigenio che ciascun animale prova. Gli occhi gli si riempirono di rabbia. Gli uscì schiuma dalla bocca, e come il giovane si staccò dalla parete, fraintendendo il rannicchiarsi del minotauro per il suo perire, convinto d’averlo mortalmente ferito, e come gli esseri umani, le fanciulle e i giovani formarono ora un cerchio attorno al rannicchiato senza far caso alla sua rabbia, e gioirono a loro volta e danzarono selvaggi girotondi attorno al minotauro, sempre più rapidi, sempre più spavaldi, come se fossero salvi, sempre più insensati, senza considerare che il solo labirinto di per sé li condannava - neanche alla morte dell’uomo-toro avrebbero trovato l’uscita dall’intrico delle pareti a specchio -, sempre meno prudenti nell’ebbrezza della supposta libertà, tracciando sempre più stretto il cerchio esultante, sempre più minaccioso coll’irrompere della notte, in cui lui non scorgeva più che esseri umani e non le proprie immagini poiché gli esseri umani che gli mulinavano e saltellavano attorno gli coprivano la visuale sulle pareti del labirinto al punto che queste non erano più nella condizione di rispecchiarlo, il minotauro si sentì abbandonato e tradito anche dai minotauri. Roteò gli occhi, fremette, si chinò più a fondo, tese i muscoli, scattò verso l’alto, s’avventò, prese una fanciulla sulle corna e scomparve con essa, continuando a scagliarla in aria, nel labirinto. Tornando poi, fremente di rabbia, con le corna sudice di sangue tante le volte che aveva colpito - trovò gli esseri umani ammassati in un groviglio confuso, mentre sopra di loro s’era già posata sulle pareti l’affamata orda piumata, groviglio scuro su groviglio scuro, uno stormo il cui gracidare, sibilare, rauco gridare e schiamazzare si confondeva coi gemiti di paura degli esseri umani.
La luna stava per sorgere da qualche parte oltre il labirinto, la notte, appena segnata ancora dal sole tramontato, si rischiarò.
Il minotauro attaccò, colpì in un morbido mucchio di corpi bianchi, si aprì un varco, tornò a colpire, si rivoltò, calpestò, schiacciò, infilzò, fece a brandelli, infierì, scannò, mentre attorno a lui era tutto un avventarsi, beccare, spaccare, digrignare, strappare, schioccare, tanto che il groviglio urlante e piangente degli esseri umani in cui il minotauro infuriava fu avvolto dallo svolazzare fitto di stridenti avvoltoi: avvoltoi degli agnelli, capivaccai, avvoltoi col ciuffo, avvoltoi reali, avvoltoi col cappuccio, avvoltoi monaci, orecchiuti, calvi, neri, condor e urubu beccavano, ingoiavano, si rituffavano; l’uomo-toro furioso, colpendo senza tregua, svelse membra dall’intricato groviglio umano, bevve sangue, ruppe ossa, frugò in ventri e inguini, finché l’arruffata nube d’ali penne, colli, occhi, becchi, fauci e artigli si fu dissolta nella luce lunare.
Il minotauro si trovò solo. Abbagliato dalla luna, rivide sulle fredde pareti le sue immagini riflesse come ombre nere che s’intersecavano e si sovrapponevano a formare un labirinto d’ombre nel labirinto. Sollevò le braccia, minacciò coi pugni, li agitò, e con lui sollevarono le braccia, minacciarono coi pugni, li agitarono le sue immagini, e la sua rabbia ne fu accresciuta al punto che si scagliò a capo taurino chino, alla cieca, addosso alla prima ombra. Sfondò la parete, cercò furioso fra le schegge di vetro l’immagine che pure era la sua e che gli sembrò sepolta sotto le schegge. S’avventò con la testa poderosa, e quando scorse nella parete successiva la sua immagine continuò a non capire, attaccò di nuovo prorompendo in un urlo, le si gettò contro a capofitto così come quella parve gettarglisi contro a capofitto. Rimbalzò, fissò furibondo con rossastri occhi d’uro la sua immagine che, come lui, lo fissava furibonda con rossastri occhi d’uro. S’avventò di nuovo, con maggiore violenza, rimbalzò con maggiore violenza, si rovesciò sulla schiena. La luna era sempre ancora dietro il labirinto, però luceva attraverso le pareti, rispecchiandosi in loro come luna quasi piena, grottescamente ingranditi i frastagli dei crateri del versante non ancora arrotondato, e la luna si rispecchiò tante volte che il minotauro credette di guardare in un universo di pietra percorso da cicatrici. Fissò lo sguardo su quel mondo lunare, temette che il suo nemico si fosse rialzato. Si rotolò sui ventre, il traditore non si era ancora alzato, ma spiava, disteso sul ventre, verso di lui.
Il minotauro strisciò incontro alla sua immagine che gli si avvicinò allo stesso modo, era pronto a levarsi di scatto e a gettarsi sull’altro, ma nell’osservare quell’altro avvertì, mentre stava per levarsi di scatto, la stessa intenzione negli occhi dell’altro. S’impresse il volto del traditore, coperto di pelo, l’ampia fronte invasa di lanuggine arruffata, sovrastata da un mucchio di schegge di vetro che scintillavano azzurrognole alla luce lunare, le corte corna ricurve, il dorso appena arcuato del naso, il muso bagnato, la lunga lingua violacea. Il minotauro ansimava tanto che il vapore delle sue frogie appannò lo specchio verso cui avanzava, e non vide così più la sua immagine, per disperdere la nebbia passò istintivamente con la mano sull’umidità e, sorpreso allorché al di là della liscia superficie fredda apparve repentinamente l’enorme faccia da toro del traditore, picchiò istintivamente con la fronte e colpì con essa la parete anziché la fronte dell’altro che era nella parete e non fuori. Si bloccò, disorientato. Si distaccò dalla parete, sbirciò pieno d’odio la sua immagine, e quella lui, colpì col pugno destro, l’immagine col sinistro, i due pugni s’incontrarono, nuovo scambio di colpi con lo stesso risultato, e allora colpì con entrambi i pugni, e così fece anche l’immagine: infine tambureggiò sulla parete. Tambureggiò la sua rabbia, tambureggiò la sua smania di distruggere, tambureggiò il suo desiderio di vendicarsi, tambureggiò la sua voglia di uccidere, tambureggiò la sua paura, tambureggiò la sua ribellione, tambureggiò l’affermazione di se stesso, ma d’un tratto avvertì che quell’essere davanti a lui, che era un essere come lui eppure anche il suo traditore, perché era un altro e perché tutto quanto non fosse egli stesso gli era nemico, era intoccabile, intangibile.
